Convegno “L’inclusione sociale ‘generativa’ da Basaglia in poi”

Un convegno organizzato dalla cooperativa sociale Città Solidale di Latiano nell’anno del centenario della nascita di Franco Basaglia.

Il 28 maggio 2024 dalle ore 9.00 alle 13.00, si è svolto presso il Nuovo Teatro Olmi, in via Verdi, a Latiano, il convegno “L’inclusione sociale ‘generativa’ da Basaglia in poi”. L’evento è stato ideato per celebrare il centenario della nascita di Franco Basaglia, lo psichiatra che ha rivoluzionato il modo di concepire e curare la malattia mentale in Italia, portando alla chiusura dei manicomi e alla promulgazione della legge 180 nel 1978. Il convegno ha preceduto di un giorno la manifestazione Olimpiadi IN, giunta alla XXII edizione, il grande evento nazionale contro l’esclusione sociale, il pregiudizio e lo stigma verso le Persone con disabilità, promosso da Città Solidale, che per ben sette volte consecutive ha ottenuto l’alto riconoscimento del Presidente della Repubblica.  Al convegno hanno partecipato le classi IV del Liceo delle Scienze Umane “F. Ribezzo” di Latiano, operatori ed ospiti della cooperativa “Città Solidale”, della cooperativa “Si può fare”, della cooperativa “Spazi Nuovi”, della cooperativa “Le Ali”, della cooperativa “Il Giglio”, della cooperativa “Minerva”, della fondazione “Beato Bartolo Longo”, dell’Associazione “Mitag”, dell’Associazione “Da grande”, della Casa per la Vita “Fiordaliso”, oltre che operatori dell’ASL Taranto.

Il convegno, condotto dal Presidente, Dott. Roberto Longo, ha avuto come focus il concetto di “inclusione sociale generativa”, che secondo la definizione, “è un modo di pensare e agire personale e collettivo che mira a creare valore e impatto positivo sulle forme di vita sociale, attraverso un processo creativo, connettivo, produttivo e responsabile, tale da includere persone svantaggiate con azioni continue nel tempo, che si rinnovano alimentate da nuove idee e nuove azioni”. L’obiettivo è ri-generare le risorse di chi vive una condizione di fragilità o marginalità, valorizzando le sue capacità e competenze impattando positivamente sulle forme del produrre, dell’innovare, dell’abitare, del prendersi cura, dell’organizzare, dell’investire, immettendovi nuova vita”.

Il convegno ha visto la partecipazione di esperti e testimonianze di operatori e utenti dei servizi di salute mentale, che hanno raccontato le loro esperienze. In apertura hanno portato i saluti della Città di Latiano il Sindaco Avv. Cosimo Maiorano ed il Vicesindaco sig. Mauro Vitale, successivamente hanno salutato la platea la presidente di Confcooperative Brindisi Avvocato Stefania Pasimeni ed il presidente di Confcooperative Sanità Puglia dott. Mauro Abate.

Tra gli ospiti, il dott. Paolo Serra, psichiatra, già responsabile Salute mentale a Firenze e del Centro Franco Basaglia di Arezzo. Il dott. Serra ha partecipato al processo che in Italia ha portato alla chiusura degli istituti psichiatrici con la legge Basaglia.  Ha raccontato alla platea che l’Ospedale Psichiatrico di Gorizia fu trasformato attraverso tanti piccoli cambiamenti. All’inizio, prima di tutto, slegare i pazienti e ridargli fiducia, come esseri umani portatori di diritti, poi iniziare a farli parlare in libertà, a farli star seduti fra di loro e con gli operatori, permettendogli di ‘prendere’ la parola, la loro parola. Operazione difficile: chi non è ascoltato da anni non crede possibile essere ascoltato. Poi gli furono restituiti gli oggetti personali, che l’Ospedale sequestrava ai nuovi arrivati, come in Carcere. Piccoli gesti, ma fondamentali per riappropriarsi di sé stessi. Non è facile capire fino a che punto un ricoverato in un Ospedale Psichiatrico, negli anni ’60, fosse spogliato di tutto ciò che aveva a che fare con la sua storia, la sua vita, la sua personalità. Ma anche oggi, in molte Istituzioni Psichiatriche, i pazienti fanno fatica ad aver accesso alle loro cose, per esempio durante i ricoveri nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, e a fruire della propria ‘soggettività’ con libertà, come se alla parola psichiatria, si unisse sempre una sorta di ‘spoliazione’ non solo dei propri diritti, ma anche del proprio ‘corpo’.

Il Dott. Serra ha proseguito raccontando che l’Ospedale Psichiatrico di Arezzo fu diretto all’inizio degli anni ’70 da Agostino Pirella, uno dei primi collaboratori di Basaglia a Gorizia, e poi anche Direttore di Gorizia. L’esperienza della deistituzionalizzazione dell’OP di Arezzo è forse la più diretta figliazione dell’esperienza goriziana, forse più di Trieste. L’esperienza di Arezzo fu quindi più collettiva di Gorizia, come fu contemporaneamente anche l’esperienza della deistituzionalizzazione dell’OP di Trieste, messa in piedi da Basaglia, ma poi evoluta molto rapidamente grazie allo spirito degli anni ’70, alla creatività di un gruppo molto esteso e di persone accorse a Trieste da tutta Italia e da tutto il mondo, per fare la ‘rivoluzione’ Psichiatrica.

Il Dott. Serra ha sottolineato che “un luogo degno di chiamarsi di ‘cura’ è un luogo in cui si entra, mantenendo tutti i propri diritti, e si esce con gli stessi diritti, anzi magari con qualcuno in più”. L’OP di Gorizia ha iniziato a essere un luogo di cura quando si sono aperte le porte dei Reparti ed essi hanno potuto trasformarsi in Comunità Terapeutiche. “Arriverei a sostenere – ha affermato il dott. Serra – che non ci può essere una vera Comunità Terapeutica senza Porte Aperte. Entrare in quei Reparti, poi, con l’obiettivo di cambiare le cose, significava tentare di mettersi in relazione con persone totalmente non padroni della loro relazione coscienza/corpo e quindi in balia della propria vulnerabilità e dipendenza dall’Istituzione incorporata. Questo poteva avvenire solo mettendo in discussione radicalmente il proprio ruolo di tecnico, mostrando la propria vulnerabilità e mettendo in gioco la propria relazione coscienza/corpo”.

Successivamente è stato proiettato un video messaggio del dott. Peppe dell’Acqua, psichiatra, già direttore del DSM di Trieste, che ha alla domanda rivoltagli sulla valenza terapeutica del teatro, ha risposto che, a suo avviso, il teatro non è terapeutico di per sé; nell’esperienza cinquantennale nel campo teatrale, lui e suoi collaboratori dell’ ”Accademia della follia” hanno avuto la necessità di dichiararsi non terapeuti, hanno scommesso sul mondo reale, ossia fare teatro per andare in scena, fare teatro per girare, per incontrare il pubblico, tutto ciò che viene fatto nel teatro è una scommessa con la realtà. Il teatro, ha continuato il dott. Peppe dell’Acqua, di base è attraversato dalla follia, dai drammi dell’umano, dalle disperazioni e ha dichiarato che il teatro che si sta facendo nella cooperativa Città Solidale è una scommessa straordinaria, che vuole portare le persone a mettersi in gioco, senza protezione, anche se poi stando nel gruppo del teatro ci si protegge a vicenda. E’ nel lavoro fatto in Città Solidale, sia a livello teatrale che di rapporto/relazione con le persone, che sono nelle case (“non voglio chiamarle strutture” – ha precisato il dott. Dell’Acqua), che si gioca la bontà del teatro. Poi ha chiesto: cosa si sta cambiando nella vostra regione, nel vostro dipartimento rispetto alle condizioni delle persone con disturbo mentale, quante persone, ancora, rischiano, quando stanno male, di essere legate al letto, rischiano di restare chiuse e ricevere trattamenti violenti ed irrispettosi? Il dottore si chiede quanto si faccia a livello pubblico per la cura di questi cittadini. Infine, rammenta che fare teatro, questo tipo di teatro, è per dire che le persone devono stare bene, che la parola guarigione deve rientrare nel vocabolario della psichiatria, il teatro contribuisce a creare quelle opportunità, di rimonta, di ricrescita della gente, “quella rivoluzione delle coscienze”. “Il vostro modo di fare teatro sta nel segnare il cambiamento, far proprio uno scambio: io con te”. Basaglia ci ha insegnato ad incontrare l’altro, ad esserci nella relazione, ad avere la massima attenzione, mettere continuamente al centro, al primo posto, la “consapevolezza dell’umano”. Il dott. dell’Acqua sostiene la campagna #180benecomune, nata per rilanciare il diritto alla salute per tutti richiamando i contenuti della Legge 180, la “legge Basaglia”.

Dopo il toccante intervento del dott. Peppe Dell’Acqua, sono stati presentati due spettacoli teatrali diretti dalla regista Venere Rotelli. Il primo, “State aspettando noi?” a cura della Cooperativa Città Solidale. Lo spettacolo si fonda sul sottile equilibrio che separa il linguaggio onirico da quello di una realtà percepita come un “circo dell’assurdo”, lo spettacolo rimanda, attraverso uno specchio deformante, l’immagine riflessa dello spettatore.  E così, mentre si avvicendano sulla scena vari personaggi che vogliono condividere “le verità nascoste”, l’attesa di chi guarda cresce, nel tentativo di carpire il senso di ciò che si sta disvelando davanti ai propri occhi. Che cos’è il teatro? Come ritrae la nostra esistenza? Cosa rivela della vita? E’ possibile pensarlo come una mise en abyme della vita stessa? Una storia, dentro un’altra storia, dove “…ogni giorno ci ritroviamo ad improvvisare il nostro copione”.

Il secondo spettacolo, “L’inventore del cavallo”, a cura della cooperativa Spazi Nuovi. Liberamente tratta da “L’inventore del cavallo”, questa pièce teatrale è imperniata sull’umorismo brillante di Achille Campanile e si compone di un collage di quadri scenici che, nel segno della denuncia dell’irragionevolezza delle regole che reggono la società borghese, attraverso la lente deformante dell’ironia, mette alla berlina le acrobazie del linguaggio comune, svelandone l’impalcatura assurda su cui si poggia. Una variegata fauna umana, che va dall’inventore farlocco all’esperto di cose completamente inutile, si contende e reclama un’investitura, una carica ufficiale, nell’affannosa ricerca di un’autoaffermazione del tutto effimera. In fondo, tutta la poetica di Campanile ci insegna che questa spasmodica rincorsa a ricoprire un ruolo è di per sé stramba, insensata, stolta. In una parola, un assurdo.

Nel suo intervento conclusivo, il dottor Colizzi ha richiamato i punti essenziali della rivoluzione basagliana ancora oggi attuali. La restituzione della soggettività alle persone colpite da sofferenza mentale e dunque il loro ruolo anche di partner dei percorsi terapeutici e di partecipazione da cittadini nella società. L’attenzione permanente degli operatori e dei professionisti tutti a non accettare una delega sociale di puro controllo dei comportamenti disturbanti, cercando sempre di deistituzionalizzare i luoghi che accolgono persone sofferenti a lungo termine, cioè, evitare che vengano imposte regole rigide e chiusure verso il mondo esterno (ad esempio nelle RSA per anziani o per persone con disabilità).

Infine, l’atteggiamento cosmopolitico di Basaglia, che tenne prima di morire delle conferenze in Brasile, un avvio di quello che oggi si chiama salute mentale globale, un bene pubblico globale e un diritto umano fondamentale. Investire in salute mentale, così, è un grande investimento per la umanità. In conclusione, il dott. Colizzi, rivolgendosi ai più giovani della platea, gli studenti, li invita a documentarsi sulla figura di Franco Basaglia, consigliando loro un libro a fumetti (Basaglia, il Dottore dei matti di Laprovitera e Miron edito da Becco Giallo) che racconta la lotta di Basaglia nella chiusura dei manicomi sino alla legge 180.

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